La frattura del quinto metacarpo è un infortunio frequente alla mano. Colpisce l’osso che “sostiene” il mignolo e, non a caso, viene spesso chiamata frattura del pugile, perché nasce tipicamente da un impatto violento del pugno contro una superficie rigida. Nonostante il nome legato allo sport, può capitare a chiunque: durante una caduta, un gesto impulsivo o un trauma accidentale.
L’importante è sapere cosa succede all’osso, come si cura e soprattutto come si recupera davvero la funzionalità della mano anche attraverso la fisioterapia.
In breve
- Il 5° metacarpo collega polso e mignolo: quando si rompe può comparire deformità della nocca, dolore e difficoltà a stringere il pugno.
- La diagnosi si conferma con radiografia per valutare angolazione e stabilità.
- Il trattamento può essere conservativo (gesso/tutore) o chirurgico (fili di Kirschner o piccole placche) in base all’instabilità e alle esigenze del paziente.
- La riabilitazione è il cuore del recupero: serve a evitare rigidità e perdita di forza, non solo a “far guarire l’osso”.
Cos’è il quinto metacarpo (e perché si chiama “frattura del pugile”)
Il quinto metacarpo è l’osso lungo che collega le ossa del polso al dito mignolo. Quando si rompe, di solito si crea una deformità a livello della nocca, spesso accompagnata da dolore e difficoltà a stringere il pugno.
È una frattura frequente e, se trattata correttamente, permette un recupero completo. Il percorso però richiede attenzione, perché l’obiettivo non è solo quello di far guarire l’osso, ma contestualmente evitare rigidità e perdita di forza.

Cause, sintomi e diagnosi
La causa più comune è un trauma diretto: un pugno dato esponendo il mignolo in una posizione più vulnerabile, una caduta con impatto sul bordo della mano, oppure un trauma da schiacciamento.
Il dolore è immediato e spesso compare gonfiore, arrossamento e difficoltà nei movimenti fini. Alcune persone riferiscono di percepire una deformità a livello della nocca o la sensazione che il dito non sia più allineato correttamente.
La diagnosi viene confermata con una radiografia, utile per valutare angolazione e stabilità della frattura e decidere il tipo di trattamento. In alcuni casi il medico valuta anche eventuali lesioni ai tessuti molli (muscoli e tendini), soprattutto se il trauma è stato violento.
Frattura composta o scomposta del 5° metacarpo: cosa cambia
In pratica, la gestione dipende soprattutto dalla stabilità e da quanto la frattura è “in asse”.
- In molte fratture stabili, l’approccio è conservativo con immobilizzazione.
- Se la deformità è marcata o la frattura è instabile (più “scomposta”), può essere indicata la chirurgia per riallineare correttamente l’osso.
Trattamento: gesso, tutore o chirurgia?
Il trattamento dipende dal grado di instabilità. Molte fratture del quinto metacarpo si possono gestire senza intervento chirurgico, ricorrendo a un gesso o un tutore che immobilizzano l’osso per alcune settimane. L’obiettivo è stabilizzare la frattura e permettere all’osso di consolidarsi nella posizione corretta.
Quando la deformità è troppo marcata, o la frattura è instabile, può essere necessario un intervento chirurgico con fili di Kirschner o piccole placche. L’operazione permette di riallineare l’osso correggendo l’angolazione e facilitando un recupero più rapido.
La scelta tra gesso, tutore e chirurgia non dipende solo dalle radiografie, ma anche dalle esigenze del paziente: il tipo di lavoro, il livello di attività sportiva e la necessità di recuperare rapidamente la funzionalità della mano.
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Cosa succede quando si toglie il gesso o il tutore
La maggior parte dei pazienti si sorprende nel ritrovare una mano rigida, gonfia e molto poco reattiva una volta rimosso il gesso o il tutore. È assolutamente normale: dopo settimane di immobilità, le articolazioni perdono elasticità e i muscoli della mano si indeboliscono.
Il dolore iniziale non significa che la frattura non sia guarita: è il risultato della “riattivazione” dei tessuti. Ed è proprio in questa fase che inizia il lavoro più importante: la riabilitazione.
Riabilitazione del quinto metacarpo: come funziona davvero
La riabilitazione è il cuore del recupero. Senza fisioterapia, il rischio è ritrovarsi con un osso guarito ma con una mano che non permette di tornare a svolgere bene le attività quotidiane (afferrare un oggetto, ruotare una maniglia, sostenere un peso).
Il percorso riabilitativo comprende diverse fasi, che si adattano al tipo di trattamento ricevuto.
1) Recupero della mobilità
Nei primi giorni si lavora su movimenti semplici delle dita e del polso: flessione, estensione e movimenti combinati per sciogliere rigidità e migliorare la circolazione. Si procede in modo graduale, rispettando il dolore ma senza evitare del tutto il movimento.
2) Rinforzo dei muscoli della mano
Quando la mobilità migliora, si inseriscono esercizi più mirati: palline morbide da stringere, elastici leggeri, movimenti di presa e pinza. La progressione deve essere personalizzata, soprattutto se la frattura era scomposta o se è stato necessario un intervento chirurgico.
3) Recupero della forza di presa e dei gesti funzionali
In questa fase si allenano i movimenti utili nella vita reale: prendere una bottiglia, aprire un barattolo, sostenere piccoli pesi, tornare gradualmente ai gesti professionali o sportivi. Il fisioterapista della mano valuta sempre la qualità del movimento per evitare compensi e sovraccarichi.
Tempi di recupero del quinto metacarpo (frattura del pugile)
Il dolore tende a ridursi entro poche settimane, mentre la forza richiede un po’ più tempo. In media, il ritorno alle attività quotidiane avviene tra 4 e 6 settimane, mentre per lavori manuali intensi o sport di contatto possono servire 8–12 settimane.
Dopo intervento chirurgico i tempi possono essere leggermente più lunghi, ma la qualità del recupero è tendenzialmente migliore. La cosa importante è non forzare nelle prime fasi e seguire un programma riabilitativo progressivo e personalizzato.
FAQ – Domande frequenti sulla frattura del 5° metacarpo
Frattura del quinto metacarpo e frattura del pugile: è la stessa cosa? Sì: “frattura del pugile” è un modo comune per indicare la frattura del quinto metacarpo legata a un impatto (spesso un pugno contro una superficie rigida).
Come si fa diagnosi di frattura V metacarpo? La diagnosi viene confermata con radiografia, che serve anche a valutare angolazione e stabilità per scegliere il trattamento.
Serve gesso o tutore per frattura del quinto metacarpo? Molte fratture si gestiscono senza chirurgia con gesso o tutore per alcune settimane, per stabilizzare e permettere il consolidamento nella posizione corretta.
Quando è necessaria la chirurgia (frattura scomposta del metacarpo)? Quando la deformità è marcata o la frattura è instabile: si può ricorrere a fili di Kirschner o piccole placche per riallineare l’osso.
È normale avere mano gonfia e rigida dopo la rimozione del gesso? Sì: dopo settimane di immobilità è normale avere rigidità, gonfiore e debolezza. La riabilitazione è la fase più importante per recuperare davvero.
Metacarpo e metatarso: sono la stessa cosa? No: il metacarpo è nella mano, il metatarso è nel piede. Se stai cercando “tempi di recupero metatarso”, è un infortunio diverso.Desideri una valutazione specializzata? Contattaci: un fisioterapista esperto nella riabilitazione della mano può accompagnarti passo dopo passo nel recupero, con un percorso personalizzato per tornare alle tue attività in sicurezza.
